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La carne su Storie per un piccolo pianeta

Luca Terlizzi recensisce La carne di Cristò su Storie per un piccolo pianeta.

Qui.

Di seguito un estratto.

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E in questa storia è il mondo stesso a essere vecchio, a essere invecchiato. Il progresso si è fermato. Tutto si ripete sempre uguale, meccanicamente, senza più entusiasmo. E chi se la passa meglio sono proprio gli zombi, tranquilli e pacifici, che fanno la fila in religioso silenzio per avere il loro pezzetto di carne, da una parte invidiati, dall’altra temuti dai vivi. È una società decadente in cui si spera di morire pur di non unirsi alla massa. Una società sofferente perché tutti hanno un parente o un amico che è diventato uno di loro.
Non c’è salvezza nel mondo de La Carne. C’è il peso di un fato inesorabile, di un destino a cui nessuno può sfuggire, simile alla morte ma più strano della morte (difficile dire se peggio o meglio), c’è la vendetta postuma di un filosofo medievale che comunica a distanza di secoli tramite sogni e visioni. E poi c’è lui, l’ottantenne che ricorda il mondo com’era prima, un ottantenne castrato da un pitone e da uno zombi, che va nei cinema porno perché gli permettono di fumare durante le proiezioni e vede sosia ovunque.
Il suo più grande desiderio: vorrebbe trovare un posto nel mondo e un senso alla sua vita. Ma in fondo è solo un vecchio, cosa potrebbe fare? Immaginare una storia, ad esempio un giallo, un medical thriller, dare una spiegazione di fantasia all’epidemia che ha trasformato così tanta gente in morti viventi, e così facendo affrontarla, accettarla, passare oltre e trovare veramente sé stesso, liberandosi una volta per tutte delle sue ossessioni.
C’è tanto dolore in questo libro. Dolore, memoria, aspettative deluse, vuoto esistenziale. In un mondo così tetro solo i ricordi aiutano a tirare avanti, ma è proprio staccandoci da essi che possiamo fare cose nuove, cose diverse, e dare una svolta alla nostra vita, spezzando il circolo vizioso che la rendeva sempre uguale a sé stessa. Perché mettersi al timone della propria vita e accettare l’inevitabilità della propria morte in fondo è quasi la stessa cosa. O, come direbbe il dottor Tancredi, sono entrambi simboli della stessa cosa.

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