Il “talento” dello scrittore
novembre 3rd, 2009 di Chiara FattoriIo è da un po’ di tempo che penso, spesso, a una cosa.
Negli Stati Uniti so che ci sono dei corsi universitari dove insegnano scrittura. Non lezioni di scrittura creativa, non il seminario per scrivere la tesina, ma veri e propri indirizzi di laurea, in cui si studia la letteratura contemporanea e si impara a scrivere. Sono corsi universitari per aspiranti scrittori, che scelgono di frequentare i ragazzi che nella vita vogliono fare gli scrittori.
Almeno così ho capito.
Ora, in Italia, come tutti sappiamo, non c’è niente di simile. Ci sono delle scuole private di scrittura creativa, ci sono soggetti, associazioni, scrittori che si muovono autonomamente o con il patrocinio di comuni, biblioteche, università, e organizzano corsi, stage, di un week-end, di mesi, di un anno. Ce ne sono tantissimi di questi. Più o meno validi, più o meno costosi, più o meno utili.
Ma quello che vorrei capire è che se un ragazzo a diciotto anni dopo il diploma volesse fare lo scrittore, così, volesse farlo proprio di mestiere, avesse l’ambizione di camparci, che fa? Come si muove?
Continuamente io sento questi discorsi: la scrittura non è una professione, non paga, è solo un hobby. E’ vero, è così, ma perché? Perché non deve essere considerata una professione? Forse perché tutti, rivolgendosi all’editoria a pagamento possono di fatto pubblicare un libro? Forse perché in Italia in pochi leggono e con tutti i libri che si pubblicano è impossibile che un autore riesca a tirarci fuori uno stipendio dai diritti? Forse perché la cultura, prima di tutto, e tutta, non è alla fine qualcosa per cui si crede di dover pagare e di essere pagati?
Tutto questo e anche, forse, e ritorno all’inizio, perché mai, fin da bambini, ci viene detto che la scrittura, la scrittura di libri, la scrittura come espressione d’arte, è qualcosa che si può studiare, imparare, qualcosa che può diventare una professione?
Ho sentito dire più di una volta che la scrittura non si impara e non si insegna. Che per diventare scrittore ci vuole “talento”. Come se non ci fosse bisogno di nient’altro, come se questo “dono” da solo bastasse a far scrivere centinaia di pagine belle, senza fatica, senza ricerca, senza studio.
Ma per fare l’ingegnere forse non ci vuole talento? E una laurea bella sudata. Il medico non ha un talento? Il falegname, no? E ha imparato il mestiere da qualcuno che glielo ha insegnato. Io credo che il talento sia una bella stronzata, che non esista, o meglio che ognuno ci abbia il proprio.
Io sono agnostica, ma da bambina ho fatto tutti i sacramenti e il catechismo, e mi piaceva anche. Mi piacevano le parabole. La Bibbia l’ho letta tutta e credo che sia un gran libro. Tra le parabole che ci insegnavano c’era quella dei “talenti”: solo chi fa fruttare i propri talenti, le propre capacità, andrà in Paradiso. Il padrone dà un talento ad ognuno dei suoi tre servi, il padrone è Dio e a tutti i suoi figli dà un talento.
Ora, se ognuno ha il suo talento, non tutti potranno avere quello dello scrittore, qualcuno ci avrà quello dell’insegnante, dell’elettricista o del sacerdote, ma qualcuno quello dello scrittore ce l’avrà!
Ecco che in America, se un ragazzo a diciotto anni pensa di averlo, questo talento, può andare all’università e imparare come si fa a farlo fruttare. In Italia no. In Italia il talento dello scrittore non è certificato, la capacità di scrivere non è una professionalità, la cultura non è una cosa di cui si può campare, non ha valore, non gli si dà valore.
Non credo che il problema si risolverebbe con un corso universitario, certo, ma è solo che mi trovo spesso a pensare a questo, e non so come, ma lo trovo abbastanza significativo (insieme anche ad altro, che scriverò magari un’altra volta) del come viene considerata questa professione qua da noi.













novembre 4th, 2009 at 02:05
già… se ci si pensa in fondo per le altre arti ci sono percorsi di studio… anche per quelle che al pari della scrittura, oggigiorno, non danno una prospettiva economica molto certa: vedasi le arti figurative, pittura e scultura, o la musica, il cinema, il ballo… ecc ecc.
la scrittura fa la parte della cenerentola. però poi, nel panorama culturale la letteratura occupa un ruolo ben più pesante quando viene vista come un bene da usufruire e non da costruire.
non so se sia un fatto storico culturale legato allo sviluppo delle arti qui in italia o se abbia invece a che fare con il mercato dell’editoria, certo è che è molto singolare…
novembre 4th, 2009 at 11:07
ottima riflessione che non ho potuto non segnalare sugli Appunti di scrittura creativa
http://appuntidiscritturacreativa.tumblr.com/post/232754976/scuolediscritturacreativa
purtroppo in Italia la nuova scrittura si mescola allo spettacolo e quando scrittori diventano il principe Filiberto o Simoncelli con i loro nuovi “libri” è tutto detto. La cultura dello scrivere così si perde e l’idea che tutti possano scrivere e che in fondo due righe non si debba poi pagarle diventa imperante.
C’è una cosa che forse potrebbe aiutare… da scrittore ogni volta che spiego che “prendo” l’8% del prezzo di copertina dei miei libri vedo che la gente apre gli occhi e solo così si spiega come funzioni la scrittura e quali siano i valori in gioco. Ecco cerchiamo di farlo sapere in giro, magari creiamo un bel sito, l’8 per cento, e facciamo un po’ di cultura sull’argomento…. forse se quello stupore arriva sugli occhi di tutti si capirà quanto è considerata la scrittura in Italia.
novembre 4th, 2009 at 11:29
E’ molto interessante secondo me quello che dici, sicuramente la situazione nel nostro paese non è favorevole per chi cerca di far diventare la scrittura un lavoro. Rispetto agli stati uniti siamo indietro di trent’anni; ci pensavo leggendo un libro di Raymond Carver, in cui raccontava la grande importanza che avevano avuto per lui da ragazzo le lezioni al Chico State College di un maestro come John Gardner. Forse gli scrittori italiani non hanno però una particolare voglia di “insegnare” il loro mestiere. Questione di mentalità.
novembre 4th, 2009 at 13:54
Riporto qua sotto i commenti fatti allo stesso post ma da un’altra parte – su Facebook – questa moltiplicazione dei mezzi non so se è più utile o più fastidiosa
[Matteo Pascoletti]
Si vede che in Italia devi avere il talento dello scrittore E dell’emigrante!
[Matteo Bussola]
Come diceva, mh, mi pare Edison:” il talento è per l’uno per cento ispirazione, per il novantanove per cento traspirazione”
Ovvero fatica, sudore, impegno, costanza. Che è un po’ quello che dici te quandi parli di far fruttare il talento, volevo solo sottolineare che le proporzioni sono molto differenti da quello che si pensa di solito (sempre che si concordi con Edison, ovvio).
Detto questo, quell’1% ci deve essere però.
Come dice una nota scrittrice che conosco bene: o sei un narratore o non lo sei.
Non esiste scuola che possa insegnarti questo.
[Andrea Malabaila]
E come diceva, mmh, mi pare Malabaila: “Il talento, invece, non ho ancora capito cosa sia, forse non lo sa nessuno, forse non esiste nemmeno, forse chiamiamo talento ciò che non abbiamo e pensiamo aiuti gli altri a essere migliori di noi. I talenti dei migliori probabilmente sono solo le frustrazioni dei peggiori.”
[Carlotta Borasio]
@Andrea: Sei vagamente autoreferenziale tu!
@Chiara: così come non ho capito perché sul mio corso di laurea il lettere ci sia scritto che ci si prepari anche per una carriera editoriale e non ci sia nemmeno un misero corso che ti dica cosa cacchio ci fanno in ste case editrici. Tanto per…
[Fabio Carpina]
Quello che si chiama talento, mi pare si possa definire come una “facilit… Visualizza altroà”, “naturalezza”, “istinto innato” per certe attività… se è così, il talento è qualcosa che ti aiuta a superare meglio e più velocemente le difficoltà insite nel processo di formazione (non necessariamente accademica, non necessariamente impartita da qualcun’altro) che può portarti a fare, di una certa attività, la tua professione. Il talento senza formazione è inutile (il mio talento per la musica non ha fatto di me un musicista), con la formazione si può fare a meno del talento (faccio l’ingegnere, professione per la quale non ho mai manifestato alcun talento)…
[Chiara Fattori]
@Fabio: limpida definizione – da ingegnere
Volevo solo precisare che la formazione, come dici anche tu, non è solo accademica, si impara da tutto nella vita, in famiglia, al bar ecc.
Io penso di avere, e di aver sempre avuto, talento per fare la editor, l’ho capito quando già facevo l’università e l’ho sviluppato in ambito non accademico (perché come dice Carlotta nella facoltà di lettere non troverai nemmeno un bidello che ti racconterà come funzionano le case editrici).
La mia formazione universitaria non è che per questo la butto nel cesso, sicuramente mi serve. …
Quello che mi fa pensare è il totale disinteresse che la formazione istituzionale ha per questa professione. Di contro quanta gente scriva, ami scrivere, provi a scrivere e quanto questa attività sia promossa, a livello amatoriale: non c’è praticamente biblioteca d’Italia che non promuova un concorso, un premio di poesia, che non produca una fantomatica antologia da vendere ai partecipanti, che non organizzi il corsettino di 5 lezioni con lo scrittore di turno che ha pubblicato a pagamento con la casa editrice locale…
A me sembra che ci sia qualcosa che non va, insomma, e poi quando ti ci ritrovi a lavorarci, nell’editoria, a cercarli, gli scrittori, lo senti proprio che c’è più di qualcosa che non va.
[Lorenza Ricci]
Concordo perfettamente con te!
novembre 4th, 2009 at 14:44
[...] Fattori, Il talento dello scrittore Condividi [...]
novembre 5th, 2009 at 13:24
Si può fare un parallelismo con la musica. Esistono accademie e conservatori. Ciò non impedisce a chi ha “talento” di emergere. Come nel ‘400 non impediva a chi aveva talento di dipingere anche se non andava a bottega.
La questione, come dici giustamente, è che da una parte questa situazione è un indice della considerazione in cui la società tiene la letteratura. Dall’altra, è l’ennesima manifestazione della cultura del “tuttosubito”, per cui è meglio scrivere delle frasi di getto, sgraziate, scollegate, alcune magari geniali (per la legge dei grandi numeri…), sullo stile blog o facebook, appunto, invece di cesellare le frasi e strutturare il discorso. Troppa fatica.
novembre 6th, 2009 at 01:25
Riporto altri commenti da Facebook
[Paolo Cacciolati]
Io penso che le cose che fanno in America funzionano…in America.
Chiara, si parte con le migliori intenzioni e si finisce a fare l’ordine degli scrittori con concorso di accesso alla categoria, quiz di selezione e bustarella per passare…
[Chiara Fattori]
Non lo metto in dubbio, Paolo.
Io non credo infatti che sarebbe una buona idea fare il corso universitario di scrittura, ora, nell’università italiana.
La mia riflessione veniva proprio da qui: dal fatto che non c’è, che non c’è mai stato, che non ci sono le condizioni per farlo e forse questo è insieme sintomo e causa della considerazione che si ha in Italia di certe professionalità, e forse anche il motivo per cui la cultura in generale sta nelle condizioni in cui sta.
gennaio 24th, 2010 at 02:12
A me è capitata invece una situazione paradossale e temo che questa sia una tendenza destinata a crescere: si occupa, ed ha la pretesa di occuparsi, di letteratura gente che non ha compiuto studi neanche letterari.Mi spiego meglio: si cerca sempre più, e si pubblica,chi è in grado (per ignoranza, non per scelta stilistica)di dare vita ad uno stile “spendibile”, colloquiale, semplice fino alla banalità. Ad esempio, all’interno di un master che ho frequentato, alcuni racconti sono stati valutati da ARCHITETTI che entravano in crisi se il periodo diventava un po’subordinato ed il linguaggio non era “terra terra”! Si parla tanto della crisi della formazione umanistica, ma nessuno si rende conto che la comunicazione è in mano a persone che non c’entrano un tubo con lo studio e la conoscenza dei testi. Per esperienza personale posso dirle che il mondo dei beni culturali è in gran parte monopolio di architetti ed ingegneri ed i critici d’arte con formazione umanistica ne occupano solo una piccolissima percentuale. Tutti ormai pensano di poter scrivere, senza alcuna preparazione, e chi deve giudicare certi scritti ne capisce spesso anche meno di chi li ha scritti! Ho sempre avuto la passione per le parole, ho sempre creduto che per scrivere qualcosa di decente ci volesse costanza e studio. Tutte queste mie idee sono crollate miseramente come castelli di carte, quando mi sono sentita dare risposte come “il suo testo è troppo perfetto e la perfezione è spesso nociva” oppure, “il suo testo è troppo poetico”…tutto questo perchè i miei testi sono sempre stati non buttati sulla carta, ma direi “cesellati” con pazienza e costanza. Non capisco più se chi mi dice “scrivi bene”, lo dice solo per stima, visto che poi, a conti fatti, ottengo porte in faccia E adesso, alle soglie dei miei trent’anni, sto seriamente meditando di arrendermi.