Su ThrillerMagazine è stata pubblicata un’intervista ai curatori e ad alcuni autori presenti nell’antologia Orbite vuote.
La potete leggere per intero qua.
Riporto qua sotto le risposte date dagli autori alla domanda “All’interno della letteratura di genere c’è un mondo di autori e critici che dibatte per poter fissare dei tasselli di appartenenza e di etichetta. Quali sono gli elementi che potrebbero caratterizzare un buon testo horror?” perché mi sembra offrano spunti interessanti per un dibattito.
Qualcun altro vuole intervenire?
Marco Candida
È una domanda interessante. Forse va ricordato che almeno due degli archetipi che reggono l’immaginario horror ossia il Vampiro e La Creatura sono stati scritti da autori che non erano esattamente scrittori dell’orrore — Polidori e la Shelley. Il fatto è che se parliamo propriamente di genere dell’orrore ci rendiamo subito conto dell’essenza mainstream di questo genere. L’orrore è ibridazione quasi per antonomasia. Dunque come si fa a definire davvero un genere se questo genere nasce da una mutazione ed è per cosí dire parassitario rispetto ad altri generi o forme di rappresentazione? Il genere horror è una sineddoche della letteratura tout-court. Persino le sue regole più elementari (un vampiro deve morire con un paletto di frassino conficcato nel cuore; un licantropo lo si può solo accoppare con una pallottola d’argento; uno zombie ce lo si può levare dai piedi solo facendogli saltar via la testa) teoricamente si potrebbero emendare — per fondate ragioni. Se racconto la storia di un vampiro col mal di denti che finisce da un dentista il quale lo opera e gli toglie i canini, vogliamo forse dire che non siamo di fronte a un racconto horror in chiave parodica — dove probabilmente il vero mostro sarebbe in questo caso il dentista pazzo?
Angelo Orlando Meloni
Bella domanda, penso siano gli stessi elementi che devono contraddistinguere ogni buon testo. E hanno a che fare con l’inventiva, l’abilità di scrittura e l’onestà. Poi possiamo parlare di generi e sottogeneri, in fondo è divertente, ma è solo un gioco. Per spararne un’altra e definitiva, ciò che caratterizza davvero un bel racconto horror e lo fa risplendere nella notte eterna della letteratura pallosa è che lo abbia scritto Stephen King oppure no. O mi volete davvero far credere che un libro come la La zona morta non vi è piaciuto?
Gianluca Mercadante
Totò direbbe: “Ma io mi domando e dico”. Prendo perciò a prestito la sua nota battuta per contro-rispondere: ma io mi domando e dico, c’è ancora bisogno di etichettare un prodotto? Oggi tutto può andare con tutto. Prendiamo come esempio Quentin Tarantino: un regista simile, col gusto della citazione, una grande capacità di riproporre i generi e di mischiarli fra loro, una trentina d’anni fa non poteva nemmeno esistere. Oggi, invece, esiste perché è figlio del tempo in cui opera. In questo tempo, le etichette sono ad uso e consumo degli editori: per piccoli o grandi
che siano, devono vendere il libro, il loro “prodotto”. Uno scrittore deve scrivere e basta. Non ci sono paletti, ci sono solo storie che possono essere raccontate e altre che non valgono la pena di venire neppure pensate. Dunque si può benissimo adottare una determinata deriva e utilizzarla per poter sviluppare il tutto. Qualora questa deriva abbracciasse tematiche soprannaturali, potrebbe essere, perché no?, un horror. Ma quanti horror passano per tali e poi sono dei thriller con un po’ di sangue in più? Tanti, ma senza quell’etichetta sul manifesto nessuno se li sarebbe visti.
Matteo Di Giulio
L’horror è un genere ma è soprattutto un’emozione contraddittoria. Non devono sussistere elementi stilistici o tematici predefiniti, ciò che è fondamentale è lo scopo che si prefigge: spaventare, inquietare, raccapricciare. In questo senso qualsiasi mezzo è lecito, qualsiasi canone va bene e al tempo stesso può essere superato; e come i canoni così anche i confini dei generi e delle etichette non devono essere dei limiti, bensì degli stimoli. Un buon horror deve possedere un unico fondamentale elemento, secondo me: la tensione. Che è difficilissima da ricreare.
Gianluca Morozzi
Per me il buon testo horror è quello che ti scortica via di dosso tutte le sovrastrutture e le ironie e le forme di difesa dalla paura che si sono formate con l’età adulta, e trasformarti di colpo, anche per un solo istante, nel bambino che tanti anni fa aveva paura del buio, del mostro sotto il letto e delle strane creature nell’armadio.
Michele Turazzi
Premetto di non avere una conoscenza eccessivamente approfondita del genere horror, o almeno dell’evoluzione che il genere ha avuto negli ultimi decenni, essendomi sempre rapportato in particolar modo ai testi fondativi della tradizione — un nome su tutti: Edgar Allan Poe. In ogni caso credo fermamente in una cosa; un buon racconto dell’orrore deve preoccuparsi innanzitutto di dar vita ad un’atmosfera “perturbante”, un’atmosfera rarefatta e sfumata in cui i personaggi possano smarrirsi e perdere progressivamente le proprie sicurezze e la propria identità. Ecco, io credo che un buon racconto horror non abbia alcun bisogno di mostri e vampiri; si nutre essenzialmente della scomposizione dell’io dei personaggi che, una volta persa ogni presa diretta sulla realtà, rimangono soli e abbandonati di fronte ad un mondo talmente indistinto da risultare incomprensibile. È qui che nasce l’orrore.
Enrico Macioci
Ho letto parecchio horror in vita mia, specie Stephen King, che è un autore fondamentale della modernità letteraria, un autore che trascende il genere e che la critica ha troppo spesso sottovalutato.
King insegna (e lo spiega con magnifica semplicità nel suo libro On writing) che gli elementi chiave per un buon testo horror sono essenzialmente due: immaginare una situazione, e riuscire a immaginarla dal punto di vista del “e se?”.
Posando con umiltà e curiosità quasi fanciullesche lo sguardo su eventi e oggetti davvero quotidiani e in apparenza banali, esercitando una visuale sghemba, insolita, da marciapiede di periferia, da outsider, su quel che ci circonda e ci appartiene e ci impegna dalla mattina alla sera, King ha creato alcune fra le vicende più terrorizzanti che siano mai state scritte.
In fondo l’horror è la piega oscura che s’annida nella normalità; è questo annidarsi, questa prossimità che ce lo rende insopportabile: la sua parziale coincidenza con la vita stessa.