Daniele Pasquini l’autore Io volevo Ringo Starr, a un anno dall’uscita del suo libro ha scritto questo post sul suo blog, che riporto per intero anche qua sotto.
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Ringo Starr un anno dopo (come un libro cambia il suo autore.)
di Daniele Pasquini
Una cosa bellissima da fare sarebbe raccontare tutte le storie di questo anno – dal 23 settembre scorso, con l’uscita e la presentazione al Festival Ultra fino ad oggi – ma sarebbe un esercizio di memoria e non una verifica. Che è quello che vorrei provare a fare, già.
Brevi note d’apertura sul mondo incontrato: le presentazioni, le fiere, Intermezzi, gli altri editori, gli altri scrittori.
Le tante presentazioni e fiere in giro per il paese sono state un momento per:
a) conoscere questo mondo.
b) realizzare che dopo la prima volta in pubblico, nonostante tutto, continuo a cacarmi addosso (ma lo maschero bene, dicono)
c) imparare che alle presentazioni dei libri ci vanno parenti e amici e a volte gente simpatica, bellissima (e perlopiù deviata), e al limite passanti inconsapevoli. I “lettori veri” generalmente no. E se ci sono “lettori veri” sono squattrinati.
Questa storia – non quella narrata, la mia personale – non avrebbe avuto senso senza Intermezzi Editore. Perché mi hanno preso che ero un coglione inesperto che cascava dal pero e m’hanno fatto diventare un coglione inesperto, ma che dal pero non casca più. Almeno quello.
Perché se questa storia – quella di me che scrivo storie – doveva iniziare in qualche modo, è stato bello iniziasse così.
E mi son trovato in un mondo di fiere e stand con gente che scrive, legge, fa e vende libri, ed i libri sono una cosa bellissima, e quindi – perfetto sillogismo – questa gente è bellissima.
La cosa più impressionante è che tutti quanti – editori, scrittori, blogger – sanno con certezza che sopravvivere economicamente nel panorama culturale e nell’universo editoriale è una lotta contro i mulini a vento, ma lottano ugualmente e lo fanno con una lucidità ed un entusiasmo contagioso. Penso che in questo paese, dove la lamentela ed il compiangersi ed il fatalismo sono tra i principali hobby nazionali, siano un punto di riferimento importante.
Per me, quello che è cambiato
È una paccata di libri letti in più, gente che ho scoperto e conosciuto e che adesso reputo imprescindibile e che mi fa domandare come avevo fatto fino a quel momento? e che quindi rimette in discussione quanto fatto prima. Ma quando ho scritto Ringo Starr c’ho messo tutta la consapevolezza di cui ero capace, ho cercato di non lasciare niente al caso, e ho fatto il meglio che mi era consentito in quel momento. Non ho – ed è la cosa di cui sono più contento – assolutamente niente da rinnegare, e questo mi fa felice.
Mi accorgo che adesso (che se pure non sono arrivato a niente, so qualcosa in più) non sono cambiato abbastanza (e abbastanza in meglio) da dover svalutare il prima. Ringo Starr forse non solo non saprei migliorarlo, ma neanche replicarlo.
La storia
Credo che la storia di Vanni, Mejer, Gabo e Tommy sia una storia che ha un suo valore, che oggi forse non racconterei nello stesso identico modo, ma che vorrei continuare a raccontare. Di significati e presunti messaggi ho parlato tanto-troppo in questi mesi, e basta, l’esegesi non spetta farla a me, soprattutto non ora. Ho sempre avuto la paura di essere frainteso, a parole non ho mai saputo fare chiarezza, e allora meglio che stia zitto.
Sono contento che a molti sia piaciuta, che abbia fatto piangere delle persone e ne abbia fatte ridere altre. E sono sereno, perché sono convinto che le parole possano cambiare, magari in meglio, la realtà che ci sta intorno. Senza nessuna presunzione – in piccolo – spero di esserci riuscito.
Il giudizio degli altri
Mi immobilizza. Ammetto di non essere preparato. Mi son trovato a coprire il mio imbarazzo con le risate finte o a spalancare sorrisi da vetrina per coprire il rossore, a fingermi tranquillo e quasi disinteressato di fronte ad un complimento o ad una cazzo di critica.
Ed oltre al sacrosanto feedback tanto gradito e tanto temuto, dietro a questo dialogo tra me e gli altri c’è ogni volta una botta all’ego che cresce a dismisura o finisce in mille pezzi. Ogni volta.
E così, direbbe uno tipo Lucrezio, il cammino verso l’atarassia è costellato da scossoni che non sempre reggo. Mi sono accorto che il giudizio al libro mi sembra un giudizio su di me e – sbaglio, non sbaglio, non lo so – ecco, boh. La somma di tutto questo è uno stranissima tensione tra un pudore (che poi è una cosa molto antipromozionale) che maschera la vanità ma anche la vergogna, e la tensione alla pubblicità, perché quello che era privato ora non lo è più, ed è bene che non lo sia, perché comunque è lì che voglio andare.
Dove sto andando
C’è una folla di gente che mi chiede quando esce il secondo? e io rido e dico mai, per carità! e la verità – la vera verità – è cheil secondo vuole esserci, ma sono solo degli appunti e degli spunti, diciamo che è un’idea, o un grumo di idee, a cui non saprei dare forma e consistenza, forse perché forma e consistenza li ho persi anch’io.
Perché mai mi era successo di bloccarmi su andrà bene terza persona passato remoto? e perché ripenso ai giudizi degli altri, perché non riesco a staccarmene. Ma anche e soprattutto perché ho avuto meno tempo, perché studio, lavoricchio, e perché c’è la vita sociale e la formazione e l’educazione eccetera. Non mi ci sono più seduto con convinzione, sulla tastiera. Quindi scrivo meno cose (in un anno una decina di racconti), le scrivo più lentamente, e mi convincono meno. Tutto qua.
E certo, mi dico che non devo aver paura di niente, che ho ventidue anni e c’ho tutto il tempo che voglio, che è solo un momento, che quando sarò pronto avrò anche più strumenti, che comunque picchiare sulla tastiera e raccontare e comporre è quello che voglio fare, e sì, certo che sì, lo farò ancora, lo farò eccome.