Gente di Mumbai / Manisha
gennaio 30th, 2009Un ultimo estratto da Gente di Mumbai. Ho finito la correzione delle bozze e forse ci siamo anche con la copertina, la prossima settimana i nostri pendolari viaggeranno verso il tipografo, per poi tornare pronti pronti per essere letti da voi.
Intanto, Manisha: nella traduzione di Emanuela Bottaru. Le altre anteprime qui e qui.

Che giornata piena era stata! Mentre uscivo dal portico dell’ospedale, mi sentii grata che la paziente nel letto numero cinque non fosse morta davanti a me. Mi affrettai verso la stazione, preoccupata di essere in ritardo e che Maria potesse non aspettarmi. All’esterno i miei occhi caddero sull’anziana signora che viveva all’interno del recinto dell’ospedale, aspettando da due anni che arrivasse il nipote e la riportasse a casa. Seduta sotto l’enorme albero di fico d’india, si stava distrattamente infilando delle arachidi in bocca, come se stesse lanciando sassi in un fiume. Le feci un cenno col capo, uscii velocemente dal cancello e mi unii al fiume di persone sulla strada dirette verso la stazione centrale di Mumbai. Ero stanca, ma di buon umore. Riflettevo su come i sogni si realizzino in modi inaspettati. Da bambina, desideravo lo scoppio di una guerra così da potermi arruolare come soldato e combattere per il mio Paese. Essere un pendolare in questa città era come essere parte di un esercito. Uomini e donne camminavano in questa città con sguardi decisi, concentrati. Maria diceva che i treni locali le ricordavano quegli slogan che sentivamo nel nostro college giù al sud. “Lavoratori di tutto il mondo unitevi.” Noi ci univamo nel treno.
Scorsi Maria, minuta e graziosa con capelli vaporosi, lunghi fino alle spalle, che stava in piedi vicino all’edicola sulla banchina. Ci stringemmo le mani. Il treno rapido arrivò sferragliando alle sei e ventitre in punto, già pieno zeppo di passeggeri caricati alle tre stazioni precedenti. Io e Maria permettemmo agli altri passeggeri di arrampicarsi dentro. Preferivamo viaggiare in piedi accanto alla porta dello scompartimento delle donne, godendoci la brezza piuttosto che stare dentro e tenere duro tra le altre persone in piedi. Le distanze non contavano e gli arti non dolevano finché si parlava. Se solo le gambe ci avessero fatto male e avessimo cercato posti a sedere dentro!
Stando così le cose, non appena il treno ripartì, raccontai a Maria tutti gli avvenimenti della giornata. Ascoltava, facendo cenno col capo di tanto in tanto. Domandai della richiesta di permesso che portava con sé negli ultimi tre giorni.
«Per tutta la mattina non ho trovato il coraggio di avvicinare la capo infermiera. Continuavo a guardarla, cercando di valutare il suo umore. Il momento sbagliato può tirar fuori la sadica che è in lei. Dato che lei non va in permesso…»
«Mai?»
«Credo che non abbia preso nemmeno un giorno di permesso negli ultimi tre anni. Alla fine, dopo pranzo, l’ho avvicinata.»
«Scendete a Dadar?» ci interruppe una passeggera.
«No.»
«Allora perché non vi spostate dalla porta?»
«Non le saremo d’ostacolo. Arriviamo alla stazione.»
Appena il treno si avvicinò alla stazione, entrambe ci appiattimmo contro la parete interna dello scompartimento, senza spostarci dalla porta. Delle donne ci sfiorarono nel passare frettolosamente davanti a noi e scesero; ne salirono di nuove e spintonarono per accedere agli affollati interni dello scompartimento. Io e Maria prendemmo nuovamente posizione accanto alla porta.
«Ho ottenuto il permesso.» Annunciò Maria con un senso di vittoria.
«Per quanti giorni?»
«Non ho chiesto più di quattordici giorni di permesso. Ho paura che se sto via a lungo tornerò per ritrovarmi sostituita.»
«Il tuo è un lavoro facile.»
«Mi piace questa città. Dà lavoro a tutti, ma adesso ho una gran voglia di andare a casa.» Maria si girò indietro. «Amma è stata insistente nelle sue lettere. Mi vuole vedere urgentemente…»
«E ha fissato per te un incontro con un ragazzo del Golfo. Devi anche andare a trovare i suoi genitori.»
«Proprio così.»
«Lo sapevo.» Sorrisi. «Pensavi di nascondermelo…»
«Te l’avrei detto.»
La folla si era dispersa. Io e Maria stavamo in piedi l’una di fronte all’altra, lei guardando all’interno dello scompartimento e io il paesaggio e il cielo. Ripensandoci, mi sembra che non siamo state mai più felici come in quel momento, traboccanti di sogni sul futuro. Fissavo gli alberi fugaci, gonfi di rossi gulmohar. Mi ricordavano il mio villaggio, dove gli alberi erano colmi e traboccanti. «Maria, puoi portare dei soldi a mia madre?»
«Naturalmente…»
«Scusatemi, dove scendete?» ci chiese educatamente una ragazzina che stava accanto a noi.
«Dove vuoi scendere?» domandò a sua volta Maria.
«Jogeshwari.»
«Va bene, quando arriviamo a Jogeshwari scendo e risalgo. Non avrai problemi a scendere. Va bene?»
La ragazza sorrise. Maria si voltò verso di me.
«Come si guadagna da vivere il ragazzo?»
Il volto di Maria, anche se rivolto verso il sole, era raggiante. Le sue labbra si contraevano per l’eccitazione. «Fa l’elettricista nel Golfo.»
«Da quanto lavora lì?»
«Circa cinque anni.»
«Lo raggiungerai lì?»
«Eh aspetta, prima lascia che i suoi genitori mi approvino…» Maria mi guardò timidamente.
«Scusatemi, siamo a Jogeshwari adesso?» si intromise la ragazzina con un’espressione di scusa.
«Sì.» dissi con impazienza.
Al che Maria lasciò andare la sbarra che teneva per reggersi e saltò giù, supponendo che il treno fosse arrivato in stazione. Ma ancora non c’eravamo. Io intendevo che stavamo arrivando a Jogeshwari.
Oh Dio! L’orrore di quel momento: io e la ragazza che urlavamo insieme, chinandoci e cercando di afferrare una delle due braccia di Maria, tese verso di noi per un momento, i suoi occhi pieni di terrore, senza voce. La mia mano toccò appena le sue dita tese e poi lei annegò nell’oscurità delle ruote e delle rotaie.
«Tirate la catena, tirate la catena.» Urlai istericamente.
La catena dalla nostra parte dello scompartimento era rotta. Deviammo bruscamente sull’altro lato. «Tirate la catena, tirate la catena.» Qualcuno mi dette un colpetto, l’avevano già tirata. «Maria, Maria,» continuavo a urlare il suo nome, tutta tremante.
Il treno rallentò fino a fermarsi dopo pochi secondi.
«Maria, Maria…»
E poi improvvisamente non riuscii più a sentirmi.
(Foto di babasteve)


















