Gente di Mumbai / Manisha

gennaio 30th, 2009

Un ultimo estratto da Gente di Mumbai. Ho finito la correzione delle bozze e forse ci siamo anche con la copertina, la prossima settimana i nostri pendolari viaggeranno verso il tipografo, per poi tornare pronti pronti per essere letti da voi.
Intanto, Manisha: nella traduzione di Emanuela Bottaru. Le altre anteprime qui e qui.

Che giornata piena era stata! Mentre uscivo dal portico dell’ospedale, mi sentii grata che la paziente nel letto numero cinque non fosse morta davanti a me. Mi affrettai verso la stazione, preoccupata di essere in ritardo e che Maria potesse non aspettarmi. All’esterno i miei occhi caddero sull’anziana signora che viveva all’interno del recinto dell’ospedale, aspettando da due anni che arrivasse il nipote e la riportasse a casa. Seduta sotto l’enorme albero di fico d’india, si stava distrattamente infilando delle arachidi in bocca, come se stesse lanciando sassi in un fiume. Le feci un cenno col capo, uscii velocemente dal cancello e mi unii al fiume di persone sulla strada dirette verso la stazione centrale di Mumbai. Ero stanca, ma di buon umore. Riflettevo su come i sogni si realizzino in modi inaspettati. Da bambina, desideravo lo scoppio di una guerra così da potermi arruolare come soldato e combattere per il mio Paese. Essere un pendolare in questa città era come essere parte di un esercito. Uomini e donne camminavano in questa città con sguardi decisi, concentrati. Maria diceva che i treni locali le ricordavano quegli slogan che sentivamo nel nostro college giù al sud. “Lavoratori di tutto il mondo unitevi.” Noi ci univamo nel treno.
Scorsi Maria, minuta e graziosa con capelli vaporosi, lunghi fino alle spalle, che stava in piedi vicino all’edicola sulla banchina. Ci stringemmo le mani. Il treno rapido arrivò sferragliando alle sei e ventitre in punto, già pieno zeppo di passeggeri caricati alle tre stazioni precedenti. Io e Maria permettemmo agli altri passeggeri di arrampicarsi dentro. Preferivamo viaggiare in piedi accanto alla porta dello scompartimento delle donne, godendoci la brezza piuttosto che stare dentro e tenere duro tra le altre persone in piedi. Le distanze non contavano e gli arti non dolevano finché si parlava. Se solo le gambe ci avessero fatto male e avessimo cercato posti a sedere dentro!
Stando così le cose, non appena il treno ripartì, raccontai a Maria tutti gli avvenimenti della giornata. Ascoltava, facendo cenno col capo di tanto in tanto. Domandai della richiesta di permesso che portava con sé negli ultimi tre giorni.
«Per tutta la mattina non ho trovato il coraggio di avvicinare la capo infermiera. Continuavo a guardarla, cercando di valutare il suo umore. Il momento sbagliato può tirar fuori la sadica che è in lei. Dato che lei non va in permesso…»
«Mai?»
«Credo che non abbia preso nemmeno un giorno di permesso negli ultimi tre anni. Alla fine, dopo pranzo, l’ho avvicinata.»
«Scendete a Dadar?» ci interruppe una passeggera.
«No.»
«Allora perché non vi spostate dalla porta?»
«Non le saremo d’ostacolo. Arriviamo alla stazione.»
Appena il treno si avvicinò alla stazione, entrambe ci appiattimmo contro la parete interna dello scompartimento, senza spostarci dalla porta. Delle donne ci sfiorarono nel passare frettolosamente davanti a noi e scesero; ne salirono di nuove e spintonarono per accedere agli affollati interni dello scompartimento. Io e Maria prendemmo nuovamente posizione accanto alla porta.
«Ho ottenuto il permesso.» Annunciò Maria con un senso di vittoria.
«Per quanti giorni?»
«Non ho chiesto più di quattordici giorni di permesso. Ho paura che se sto via a lungo tornerò per ritrovarmi sostituita.»
«Il tuo è un lavoro facile.»
«Mi piace questa città. Dà lavoro a tutti, ma adesso ho una gran voglia di andare a casa.» Maria si girò indietro. «Amma è stata insistente nelle sue lettere. Mi vuole vedere urgentemente…»
«E ha fissato per te un incontro con un ragazzo del Golfo. Devi anche andare a trovare i suoi genitori.»
«Proprio così.»
«Lo sapevo.» Sorrisi. «Pensavi di nascondermelo…»
«Te l’avrei detto.»
La folla si era dispersa. Io e Maria stavamo in piedi l’una di fronte all’altra, lei guardando all’interno dello scompartimento e io il paesaggio e il cielo. Ripensandoci, mi sembra che non siamo state mai più felici come in quel momento, traboccanti di sogni sul futuro. Fissavo gli alberi fugaci, gonfi di rossi gulmohar. Mi ricordavano il mio villaggio, dove gli alberi erano colmi e traboccanti. «Maria, puoi portare dei soldi a mia madre?»
«Naturalmente…»
«Scusatemi, dove scendete?» ci chiese educatamente una ragazzina che stava accanto a noi.
«Dove vuoi scendere?» domandò a sua volta Maria.
«Jogeshwari.»
«Va bene, quando arriviamo a Jogeshwari scendo e risalgo. Non avrai problemi a scendere. Va bene?»
La ragazza sorrise. Maria si voltò verso di me.
«Come si guadagna da vivere il ragazzo?»
Il volto di Maria, anche se rivolto verso il sole, era raggiante. Le sue labbra si contraevano per l’eccitazione. «Fa l’elettricista nel Golfo.»
«Da quanto lavora lì?»
«Circa cinque anni.»
«Lo raggiungerai lì?»
«Eh aspetta, prima lascia che i suoi genitori mi approvino…» Maria mi guardò timidamente.
«Scusatemi, siamo a Jogeshwari adesso?» si intromise la ragazzina con un’espressione di scusa.
«Sì.» dissi con impazienza.
Al che Maria lasciò andare la sbarra che teneva per reggersi e saltò giù, supponendo che il treno fosse arrivato in stazione. Ma ancora non c’eravamo. Io intendevo che stavamo arrivando a Jogeshwari.
Oh Dio! L’orrore di quel momento: io e la ragazza che urlavamo insieme, chinandoci e cercando di afferrare una delle due braccia di Maria, tese verso di noi per un momento, i suoi occhi pieni di terrore, senza voce. La mia mano toccò appena le sue dita tese e poi lei annegò nell’oscurità delle ruote e delle rotaie.
«Tirate la catena, tirate la catena.» Urlai istericamente.
La catena dalla nostra parte dello scompartimento era rotta. Deviammo bruscamente sull’altro lato. «Tirate la catena, tirate la catena.» Qualcuno mi dette un colpetto, l’avevano già tirata. «Maria, Maria,» continuavo a urlare il suo nome, tutta tremante.
Il treno rallentò fino a fermarsi dopo pochi secondi.
«Maria, Maria…»
E poi improvvisamente non riuscii più a sentirmi.

(Foto di babasteve)

Finalmente libera

gennaio 29th, 2009

Una nuova video-narrazione di Alessandro Ghebreigziabiher, autore de L’intervallo. Dai Manoscritti incompleti di Bernardo Fortuna. Da ascoltare (è micidiale!).

Qua il testo.

The Importance of Being

gennaio 21st, 2009

I nomi sono importanti. Nel nome c’è quello che noi siamo, c’è la storia di nostro padre, la scelta di nostra madre, la storia del luogo in cui siamo nati, in cui sono cresciuti i nostri genitori, i nostri nonni. Insomma tutta la nostra vita. Perciò sono importanti.
Il nostro nome, Intermezzi, lo è. E’ stato scelto per suggerire la contaminazione, l’intercultura, la trasversalità e la versatilità che speriamo di realizzare nel nostro lavoro.  E’ stato scelto perché la lettura è un intermezzo, la cultura è un diletto prima che, per alcuni di noi, un lavoro, e gli intermezzi, gli intervalli, sono quelli che danno gioia, sapore e senso alla vita, per parafrasare la conclusione de L’intervallo.
E’ proprio da L’intervallo, e da una sua discussione a margine, che viene fuori questa mia riflessione.
Qualcuno mi ha fatto notare quanto il cognome di Alessandro sia difficile, impronunciabile, irricordabile e che, forse, per le sorti del romanzo, per la sua “commerciabilità” sarebbe stato meglio pensare ad uno pseudonimo.
Ma noi non l’abbiamo fatto, e c’è un motivo.
Dietro al suo cognome, Ghebreigziabiher, c’è la sua storia, dietro al suo nome e al suo cognome, la sua origine, italiana e eritrea, il suo essere “nato tra due sud”, come lui ha scritto e riportato anche nella quarta di copertina del suo romanzo d’esordio, Tramonto, edito dalla Lapis nel 2002. “Trovargli uno pseudonimo” sarebbe stato cambiare quello che lui è, come persona, come figlio dei suoi genitori e, soprattutto per quel che interessa qua, come Autore. Un Autore, uno Scrittore, è se stesso attraverso le sue opere e attraverso il nome con cui le firma.
Ecco perché non avrei mai pensato di proporre a Alessandro di cambiare il suo nome, quello che è e quello che è attraverso quello che scrive.
Piuttosto non l’avrei pubblicato, questa poteva essere una scelta, come una scelta può essere non leggerlo, o non comprarlo. Io consiglierei di farlo, ma ognuno è libero. Così come ognuno è libero di non ricordare il suo nome, o di non pronunciarlo, o di fare copia-incolla per scriverlo. Io non lo faccio più. Io me lo ricordo e lo pronuncio e lo scrivo e ne parlo con chiunque e con orgoglio ed è stato un piccolo e piacevolissimo sforzo da fare.

Gente di Mumbai / Jankibabu

gennaio 20th, 2009

Un’altra anteprima di Gente di Mumbai, il nuovo libro Intermezzi, di imminente uscita.

Dopo i Pendolari di Mumbai, vi propongo quest’altro estratto, la traduzione è sempre di Emanuela Bottaru e la foto sempre di babasteve.

Domani verrò dimesso dall’ospedale, mia figlia Rosa mi ha comunicato la decisione del dottore questa mattina quando è venuta a trovarmi. Non so ancora dove andrò fuori di qui. Ho ancora sedici ore per decidere.
Sono le cinque di sera. I visitatori stanno entrando nel reparto degli uomini, prendono posizione vicino ai letti.
La moglie paffuta del paziente con il cancro, che dorme per tutto il giorno sul letto alla mia sinistra, è già rannicchiata come una collinetta davanti a lui. È l’unica ora del giorno che apre gli occhi e siede appoggiandosi. Parlano appena. Quando scende la sera, la collina scompare e lui scivola nuovamente disteso sul letto.
Mi volto verso Pendharkar, il paziente alla mia destra. Pendharkar è una persona estremamente emotiva. Quando questa mattina gli ho detto degli ordini di dimissioni del dottore, è scoppiato in singhiozzi dicendo che ero un buon uomo ed era preoccupato per me. La fila circolare che si forma intorno al suo letto ogni sera è quasi completa. È un astrologo di professione. Costretto all’inattività da un ictus e altre complicazioni più di un mese fa, Pendharkar sostiene che i suoi clienti non lo lasceranno in pace e lui non li può mandare via, come non si può scacciare un ospite dalla propria casa. Un imprenditore panciuto, ben nutrito, che lo viene a trovare ogni giorno, non vuole aprire il suo negozio senza aver consultato Pendharkar la sera prima. Il figlio di Pendharkar, in piedi alla testata del letto di suo padre, attira il mio sguardo e mi rivolge un sorriso imbarazzato. Pendharkar sta parlando con un uomo di mezza età, chino su dei fogli.
Prendo i giornali che mi ha dato l’inserviente del reparto, ma non riesco a concentrarmi.
Do nuovamente un’occhiata alla scatola di cartone rossa di pasticcini lasciata per me sul comodino da mia figlia Rosa. Non mi ha chiesto né suggerito dove posso andare domani lasciando l’ospedale. Continuavo a guardare il suo volto austero mentre mi faceva le domande di routine sulla mia salute senza cambiare espressione. Dopo un po’ si è alzata, ha messo questa scatola sul comodino e ha detto che doveva andare via. L’ho fissata, il mio cuore gelava. “Rosa…” La parola è rotolata fuori dalla mia bocca. Ha girato la testa, mi ha guardato e poi se ne è andata. Pensavo di fermarla, ma avevo perso quel diritto trent’anni fa, quando ho lasciato il mio lavoro all’ufficio postale e ho abbandonato la mia famiglia, incapace di sopportare mia moglie.
«E così domani andrai a casa, Jankibabu?» L’infermiera Manisha, nel suo giro di visite serali, si avvicina al mio letto. Deve avere quasi trent’anni: naso piatto, formosa e simpatica. Sempre pronta con la sua cassetta degli strumenti. Qualcosa è cambiato nella società mentre non ero in giro. Donne dappertutto, oggigiorno, sembrano avere un perfetto controllo delle loro vite mentre gli uomini tentennano. Mentre controlla la mia pressione sanguigna, la fisso calorosamente e le offro un laddu dalla scatola.
«Grazie, ma sono in servizio.»
Ne impacchetto uno in un pezzo di carta e insisto che lo prenda. Lei lo fa scivolare velocemente nella tasca della divisa.
«Ho sentito che è stata trasferita al reparto delle donne», dico, non volendola lasciare andare.
«Sì, oggi è il mio ultimo giorno in questo reparto.»
«Ah…»
«Faccia una passeggiata, le farà bene», propone Manisha e si allontana.
Esco dal letto con la scatola di pasticcini in mano. Il taciturno uomo colpito dal cancro e sua moglie sono avvolti in uno spesso silenzio, che significa “Non disturbare”. Nel letto accanto c’è un operaio con il piede destro gravemente schiacciato da una macchina. Sua moglie e due ragazzini sono seduti intorno a lui sul suo letto, non essendoci sedie per i visitatori nel reparto. L’uomo cerca di tirarsi su a sedere vedendo che mi avvicino. Osserva che gli mancherà non avermi intorno. I due ragazzini guardano la madre e, a un suo cenno, accettano i laddu da me. Tocco leggermente la guancia del più piccolo.
Gironzolo nel reparto. Camminare a quest’ora nel reparto è come passeggiare in un mercato. Ci sono vortici e vortici di colori, rumore e movimento intorno a ogni letto. Visitatori appollaiati vicino ai pazienti, visitatori in piedi intorno a essi e visitatori che vagabondano in giro, informandosi sul miglioramento di altri pazienti. Ho dovuto conoscere quasi tutti i ricoverati di questo reparto nell’ultimo mese. Dadabhai, un uomo della mia età con una frattura all’osso iliaco, sta ascoltando sua nipote che, a quanto pare, gli sta recitando una poesia, gesticolando con le mani. Suo figlio e sua moglie stanno parlando vicino alla finestra.
Mi ricordo quando ascoltavo le voci acute delle mie due nipoti che stavano fuori dalla loro casa, due anni fa.
Dove vado a settant’anni? L’ultima volta, quando ho lasciato questa città, mi sono fermato in una casa per anziani indigenti a Panvel. Dormivamo in letti a castello in un’immensa stanza fredda. Non potevamo parlare l’uno con l’altro tranne che per brevi periodi durante il giorno. Non ricevevamo visite, non avevamo accesso alla televisione o alla musica e non avevamo il permesso di uscire dalla casa. Sono scappato.
C’è una grande folla vicino al letto di Ashok. Questa sera ha più visitatori degli altri giorni. Appena quarantenne, sta morendo di cancro allo stomaco e, a quanto pare, sta tirando giù con sé tutta la sua famiglia di genitori, moglie, fratelli e sorelle. Secondo Pendharkar, hanno venduto le loro ultime cose per comprargli delle medicine costose. Mentre mi avvicino al suo letto, suo fratello minore sfiora passando gli altri, si fa avanti verso di me, e supplica con gli occhi pieni di lacrime, «Jankibabu, la gente dice che sei un uomo pio, un santo e che conosci anche le erbe. Non c’è un’erba che puoi proporci per salvare mio fratello? Basta che tu faccia il nome e me la procurerò in qualche modo. Non posso lasciar morire mio fratello…» Scuoto la testa e do una pacca sulla spalla al fratello addolorato. Ashok apre gli occhi per un secondo con grande difficoltà. Il suo stomaco è gonfio. I dottori hanno smesso di somministrargli tutte le medicine e gli danno soltanto calmanti. Un tubo, che spunta da sotto le lenzuola bianche, è pieno di un fluido rosso nerastro. Accarezzo la fronte di Ashok, dico una preghiera e mi allontano.
Mohan, il giovane di una piccola città che sta guarendo da un brutto attacco di gastroenterite, sta giocando a carte con suo zio. Mi unisco a loro per una partita a ramino e indugio per un’altra partita e un’altra ancora. I miei occhi si fissano sull’orologio. Sono le sei e mezza di sera. Rimangono tredici ore e mezza per decidere dove andrò domani. Come un aspirante sanyasi, avevo scelto distacco e contatti minimi con i miei compagni, credendo che la solitudine fosse il prezzo per conservare la propria integrità nella vita. Tutti gli ashram dove sono stato per un un periodo di tempo manifestavano la stessa meschinità e la stesssa politica che mi avevano disgustato nella vita familiare. Come se la divinità non potesse prosperare in un ambiente di gruppo.
Oggi, tuttavia, tutto ciò che voglio è la calda presenza umana intorno a me. La vita immancabilmente ti persuade a cercare ciò che respingi nella tua arroganza giovanile. Questo reparto sembra sicuro come un angolo del focolare. Anche morire tra questi esseri umani poveri e affettuosi è una prospettiva migliore che uscire fuori nel mondo esterno. Ma come faccio a restare? I letti sono richiesti e io non sono una donna che riesco a rendermi utile in un modo semplice o in un altro. Che faccio?
Volevo dire a Rosa, vieni, andiamo a vivere insieme. Smetti con quello sporco lavoro. Dammi un’altra possibilità di essere un vero padre. Mi procurerò un lavoro e mi prenderò cura di te. Ma ero sopraffatto da tali emozioni quando lei si è alzata per andare via, non riuscivo a pronunciare nient’altro che il suo nome. Nel bisogno profondo si riesce a pronunciare solo il nome di una persona come si pronuncia il nome di Dio. La persona che viene chiamata in aiuto deve intuitivamente capire e rispondere al tuo bisogno senza nome. Se non lo fanno, non c’è motivo di dargli un nome. Dargli un nome non produrrà la risposta che desideri. Rosa aspettava che continuassi e poi è andata via.
«Jankibabu, tocca a te.»
Prendo una carta, esamino le altre nove nella mia mano e butto giù una regina di picche.
Verso le sette e un quarto, c’è il solito movimento nel reparto. La capo infermiera e le altre sono entrate e stanno esortando i visitatori a uscire, essendo finito alle sette l’orario di visita.
Lo zio di Mohan si alza con riluttanza dal letto. Intorno al letto di Ashok, i decibel si alzano. Le donne piangono ad alta voce, la capo infermiera sta chiaramente discutendo con la sua estesa parentela affinchè lasci il reparto. Suo fratello resterà con lui di notte. L’infermiera Manisha si avvicina al letto di Mohan e mi guarda. Immediatamente torno al mio letto e mi sdraio.
Pendharkar mi fissa con rammarico.
Di notte, alcuni nuovi pazienti, probabilmente vittime di incidenti, vengono trasportati dentro sulle barelle. Non ci sono abbastanza letti vuoti per ospitarli. Alcuni dei pazienti sono stesi su materassi sul pavimento del reparto. I battiti del mio cuore accelerano. Mi aggrappo ai lati del mio letto fino a che mi fanno male le mani.
Dopo che vengono spente le luci, nell’oscurità debolmente illuminata e nel silenzio della notte dominato da gemiti, respiri profondi, russa, frammenti di conversazioni, entrate, uscite, strascicare di piedi di persone, giaccio sveglio, pensando alla mattina successiva. Quali sono le mie opzioni? Andare da Rosa e supplicare, andare a casa di mio fratello a Pune e supplicare, sedere sotto un albero e supplicare, sedere fuori da un tempio e supplicare? O fare qualcosa e tornare ad alloggiare in ospedale. Ma che posso fare?

A un certo punto avevo finito per addormentarmi. Mi svegliai con un sobbalzo quando Pendharkar chiamò il suo giovane domestico, che dormiva sul pavimento vicino al suo letto. C’era una luce tenue che si spargeva nella stanza dalla finestra dietro al mio letto.
Alla fine ammisi a me stesso quello che doveva essere fatto.
Mi alzai dal letto e barcollai in bagno. Accesi la luce, stetti in piedi in silenzio per un momento e poi urtai il mio gomito destro contro la parete del bagno con forza. Non colpii abbastanza forte la prima volta. Era difficile farlo. Strinsi forte gli occhi e radunando tutta la mia forza, colpii il gomito contro la parete sempre più forte, ripetutamente; alla fine sentii qualcosa spezzarsi dentro. Allora caddi sul pavimento del bagno, urlando per il forte dolore.

L’intervallo in Toscana

gennaio 18th, 2009

Nella nostra pagina Flickr le foto della mini-tourné toscana di “Nicolai Barlokkin e la lucertola che imparò a miagolare”!

Chi è l’editore?

gennaio 16th, 2009

Rimettendo a posto la corrispondenza e cercando missive smarrite e dimenticate (incombe l’iva, il commercialista scalpita e noi siamo i perfetti disordinati), ho ritrovato una mail di qualche mese fa (le cose qua da noi sono treni ad alta velocità, due mesi sono come anni, ho perso il senso reale dello scorrere del tempo da quando faccio questo mestiere) di un ragazzo che mi chiedeva istruzioni per come fare ad aprire un’attività editoriale. Allora gli detti risposte pratiche ma vaghe, lo rimandai al sito dell’AIE, gli indicai i passi burocratici obbligati. Ora, che un’idea più chiara (ah, ah) me la sono fatta, voglio provare a stilare una lista: che cos’è un editore, ovvero cosa dovrebbe essere, secondo me.

Dunque…

L’editore è:
- Uno che compra e legge libri, non importa di chi o di che genere, l’editore legge, punto.
- Uno che scrive, che ha scritto, che scriverà, non importa che sia autore, non importa che sia pubblicato, non importa che sia bravo, l’editore deve sapere cosa significa essere scrittore, quindi l’editore scrive o ha scritto o è bene che lo faccia presto.
- Uno che sa giudicare, scegliere e decidere, giudicare secondo il suo gusto, scegliere secondo un criterio, decidere per il meglio.
- Uno che sa ascoltare e discutere, ascoltare ma senza essere un confessore, discutere senza farsi influenzare ma rispettando e valutando sempre quello che gli viene detto.
- Uno che si fida, delle persone con cui lavora perché altrimenti le cambi immediatamente, degli autori che pubblica, perché altrimenti non li deve pubblicare, dei suoi lettori, altrimenti cambi mestiere.
- Uno che non ha paura, di sbagliare, di cambiare idea, di parlare sinceramente, di fidarsi, di rischiare, di passare notti insonni, di lavorare anche nei fine settimana, di prendersi insulti e minacce, di essere deluso, di essere povero.
- Uno che si emoziona, per quello che legge, per quello che scrive, per quello che fa, per le cose che pubblica, per le cose che presenta, per le cose che vende.
- Uno che si interessa, si informa, si guarda in giro, prende spunto, prende esempio, ma non ruba, non copia, non tradisce se stesso, non si vende.
- Uno che rispetta, gli autori, per quello che sono, che se li rifiuta non li offende ma nemmeno li dice bugie, che se li accetta li coccola, li sostiene, li aiuta ma non cerca di cambiarli e nemmeno di farsi cambiare; allo stesso modo i lettori, che non li prenda in giro, che non li consideri stupidi, che non scelga per loro ciò che è soltanto più facile, soltanto più banale.
- Uno che non ha pretese, di cambiare o salvare il mondo, di migliorare l’umanità, di “lasciare il segno”, di diventare ricco, ma solo di realizzare qualcosa di bello, di utile, di importante per qualcuno e per se stesso, e che questo qualcosa gli permetta anche di portare a casa la pagnotta, altrimenti, necessariamente, deve trovarsi un altro lavoro.

Cose da fare nel week-end

gennaio 14th, 2009

Mini-tour toscano questo week-end per “Nicolai Barlokkin e la lucertola che imparò a miagolare”, lo spettacolo di narrazione teatrale di Alessandro Ghebreigziabiher, tratto da L’intervallo.

Queste le date:

Venerdì 16 gennaio ore 21,30
A Fucecchio (FI), presso Auditorium La Tinaia di Palazzo Corsini.
All’interno della Rassegna “Sere d’autore” a cura dell’Assessorato alla Cultura e della Biblioteca comunale Indro Montanelli.

Sabato 17 gennaio ore 19,00
A Firenze, presso Libreria Café La Cité

Siamo, come sempre, ansiosi di vedervi numerosi, attenti, critici!

Chi scrive non parla, o parla poco

gennaio 13th, 2009

Quando facevo la scrittrice “da web” frequentavo siti on line per aspiranti scrittori, quelli in cui ci si confrontava, leggeva, criticava, ecc. A distanza di anni ho rincontrato on line persone conosciute là che non sentivo da tempo e che si ricordavano di me, della mia scrittura e che mi hanno riempito di elogi e complimenti, appellandomi “scrittrice” e “autrice”. La cosa devo dire mi gratifica e mi imbarazza. Non ho mai pensato a me, e tantomeno ora, come a una “scrittrice” o a una “autrice”. Da quando ho cominciato a fare questo mestiere, dopo essermi laureata e aver smesso di fare la scrittrice “da web”, mi sono spesso domandata, a più riprese, anche qua, cosa davvero significasse essere scrittori.
Se penso agli autori che stiamo man mano selezionando per la nostra piccola casa editrice, mi viene da dire che essere uno “scrittore vero” è prima di tutto, lasciando da parte il talento che quello è scontato, una questione di atteggiamento. Ilaria, per esempio, mi si è presentata con una determinazione e una sincerità disarmanti, sta lavorando al suo romanzo con una precisione, una lucidità, una gioia invidiabili, senza perdite di tempo, senza perdersi in inutili discorsi. Alessandro, poi, è la vera essenza del piacere di scrivere, di raccontare, di condividere e la leggerezza con cui guarda al mondo, con cui vuol farlo vedere ai lettori, è così lampante e palpabile ne L’intervallo, un romanzo così delizioso e davvero “vero”, che ha da rammaricarsi solo il non aver potuto giovare di un editing più esperto e consapevole del nostro.
Ecco, insomma, al di là di quanto uno scrive, di quanto uno si sappia pubblicizzare e sappia parlare e far parlare di sé, al di là di tutto, è un atteggiamento che io definirei “generoso” quello che contraddistingue, almeno per me, uno scrittore “vero”.

Coming Soon: Ilaria Giannini

gennaio 11th, 2009

E’ prevista per marzo o giù di lì l’uscita del romanzo di esordio di Ilaria Giannini: Facciamo finta che sia per sempre.
Seguiranno altre informazioni e anticipazioni, per ora andatevi a sbirciare il suo blog: Tracce nella rete.

Feisbuccherie

gennaio 9th, 2009

Tanto per dire: il gruppo Intermezzi Editore su Facebook ha raggiunto quota 320 iscritti, mentre il Network di Intermezzi Blog conta 70 lettori.
Grazie a chi ci legge.

Ricordo che stasera c’è la presentazione a Fucecchio: chi è in zona accorra numeroso.

Il decalogo dello scrittore di storie

gennaio 8th, 2009

Segnalo Le tre lingue dello scrittore di storie, di Alessandro Ghebreigziabiher, l’autore de L’intervallo che integra, con questa bellissima metafora il suo decalogo, decalogo che lo si può leggere nel suo blog e dal quale mi permetto di citare la prima legge:

“Non pago per pubblicare, mi pagano per farlo”

Due sere d’autore

gennaio 5th, 2009

Il Comune di Fucecchio ci ospiterà all’interno della Rassegna “Sere d’autore” a cura dell’Assessorato alla Cultura e della Biblioteca comunale Indro Montanelli.

Queste le date:

Venerdì 9 gennaio alle ore 21.30 presso l’Auditorium La Tinaia di Parco Corsini: presentazione di Slowtuscany di Damiano Andreini.

Venerdì 16 gennaio alle ore 21.30 presso l’Auditorium La Tinaia di Parco Corsini: presentazione de L’intervallo di Alessandro Ghebreigziabiher, con lo spettacolo di narrazione teatrale “Nicolai Barlokkin e la lucertola che imparò a miagolare”.

Vi aspettiamo!

2009!

gennaio 2nd, 2009

Il 2008 è stato l’anno che ha visto l’inizio, faticoso e stentanto, emozionante e luminoso, della nostra piccola casa editrice. Il 2009 sarà l’anno in cui si dovrà cominciare a fare maledettamente sul serio.
Ci sono ottime premesse, ottimi incontri e ottime basi per creare qualcosa di veramente bello.
L’unico nostro proposito per questo nuovo anno è di non deludere le aspettative.
Auguriamo a tutti quelli che passano di qua un bellissimo 2009.